P. Mario Panciera SCJ
UN PROFETA
DEI TEMPI
MODERNI
Curia
Generale SCJ
Roma - 2004
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Nota
per i lettori
Vi presentiamo il primo fascicolo
di una serie che conterrà articoli,
sussidi, ecc… riguardanti la personalità e la
spiritualità di p. Dehon, per
dare la possibilità a tutti di una conoscenza più
approfondita del nostro p.
Fondatore, in vista della sua Beatificazione – a Dio piacendo.
Di P.
Leone Dehon (1843-1925) abbiamo molte biografie, alcune delle
quali monumentali, ma in questo momento straordinario della sua
beatificazione
si sente la necessità di disporre delle brevi sintesi a livello
divulgativo. Il
presente opuscolo risponde a questa esigenza, tenendo presente
soprattutto il
pubblico italiano. La prima preoccupazione è quella di
presentare una persona
viva, mettendo in evidenza gli aspetti principali della sua eccezionale
personalità di studioso, di sociologo, di fondatore della
Congregazione dei
Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù. Una vita spesa tutta per
l’affermazione del
“Regno del S. Cuore nei cuori e nelle società”. In una parola,
un appassionato
di Cristo e, proprio per questo, anche appassionato delle condizioni
socio-politiche dell’uomo del suo tempo. Fedele al magistero
pontificio,
specialmente di Leone XIII, ma anche un profeta nell’incarnare il modo
nuovo di
essere preti nel nostro tempo.
Un quadro dal vivo
È in questa luce
che possiamo
comprendere quanto ha scritto al momento di rientrare in Francia, dopo
aver
terminato gli studi:
“Sto per lasciare Roma
con molto
rimpianto. Vi ho trascorso anni veramente pieni, ben impiegati, grazie
a Dio, e
dei quali conoscerò il prezzo in cielo. Con mia consolazione
riporto con me
ricchi tesori: il sacerdozio, la scienza ecclesiastica, buone abitudini
e santi
ricordi”.
Questi i suoi sentimenti
e le sue
convinzioni, ma qual era il giudizio di coloro che lo avevano
conosciuto? Nella
cronaca del seminario francese in Roma si è trovata la preziosa
testimonianza
del rettore del tempo, P. Melchiorre Freyd, che del Dehon traccia il
seguente
profilo:
“Leone Dehon della
diocesi di
Soissons. Entrato il 25 ottobre 1865. Uscito il 1°agosto 1871.
Carattere: eccellente
Capacità: grandissima
Pietà e
regolarità: perfette
Note aggiunte: Il Dehon, giovane
dottore in
diritto, avvocato alla Corte di Appello di Parigi, dopo un viaggio in
Oriente
che i suoi genitori gli fecero fare per provare la sua vocazione alla
quale si
opponevano, venne da noi nel 1865 per cominciare gli studi
ecclesiastici. Ha
fatto una buona filosofia al Collegio Romano, aggiungendo quelli di
Diritto
all’Apollinare. Al concilio Vaticano è stato uno dei nostri
quattro stenografi.
Il successo negli studi fu notevole. Più volte è stato
premiato.
Dovette rimandare i suoi
esami di
laurea per il molto tempo che il concilio gli domandò.
Ritornò nel 1871. Lavorò
con il suo solito impegno e conseguì il dottorato in teologia al
Collegio
Romano e quello in diritto Canonico all’Apollinare. Tutto con molto
successo.
Sotto ogni riguardo era
uno dei
migliori alunni. Pietà, modestia, gravità,
regolarità, amore filiale per i suoi
professori, applicazione energica; tutto ce lo rendeva caro.
Attualmente è
cappellano a S.
Quintino nella sua diocesi. Promette molto per l’avvenire”.
I grandi tratti della
sua
fisionomia umana, intellettuale e spirituale sono già delineati.
Il quadro può
essere completato da una pennellata che risale a 20 anni dopo. P. Dehon
è ormai
un famoso sacerdote sociologo ed è chiamato a tenere una
conferenza a Milano.
Il cronista lo presenta brevemente: “Il P. Dehon è un uomo alto
(m 1,92 n.n.),
dall’aspetto nobile, dal volto intelligente, parla con esattezza e
misura
singolari e si rivela dottissimo degli argomenti più
interessanti della vita
moderna” (L’Osservatore cattolico, 11 maggio 1897).
Con queste citazioni
l’abbozzo del
quadro è davanti a noi. Un abbozzo che sembra fatto apposta per
stimolare la
nostra curiosità di sapere qualcosa in più, non solo
circa quella vocazione
contrastata, ma ancor più di quella profezia del suo superiore
romano circa il
suo promettente futuro.
I due figli rivelarono
subito
tendenze completamente diverse. Mentre Enrico seguiva il padre Giulio
in
campagna e amava le scorribande in groppa ai cavalli, Leone preferiva
stare in
casa, vicino a sua madre e occuparsi di libri.
In quanto a religione,
la linea
maschile Dehon non era praticante. Era opinione diffusa nella zona,
impregnata
di idee scientiste e di strascichi della Rivoluzione francese, che la
religione
fosse cosa per donne e bambini, ma non doveva riguardare gli uomini.
Invece la
madre, detta familiarmente Fanny, era molto religiosa ed era
particolarmente
devota del S. Cuore di Gesù. Inevitabilmente il piccolo Leone
apprese i tratti
della sua religiosità.
Proprio allora viene
ammesso alla
prima comunione (4 giungo 1854). Ne parlerà più tardi
come di un ricordo
bellissimo, ma sul terreno pratico le cose rimasero come prima. A quel
punto, i
suoi genitori pensarono a una soluzione radicale: lui e suo fratello
sono
mandati in collegio nella cittadina di Hazebrouck.
Per Leone è stata
la salvezza.
L’aspetto della casa era piuttosto desolante e il regime era molto
rigido:
alzata presto, molto studio, pane nero, molto freddo e pochissime
vacanze. Ma
in compenso i professori erano eccellenti e seppero educarlo anche al
gusto
della preghiera e delle opere di carità. Esce dal collegio a 16
anni, con il
diploma liceale. Dirà che vi trascorse anni bellissimi. Non
è che tutto sia
cambiato da oggi a domani. Per grazia di Dio, trovò l’aiuto
necessario per
superare la crisi morale, tipica di quell’età. Ma si deve
ammettere che anche
lui ce la mise tutta, se è vero che, talvolta, non esitò
a usare il flagello e
a dormire su una panca. C’è da dire che aveva appreso a fare sul
serio!
Ora il problema era come
dirlo a
suo padre. Urgeva ormai il tempo delle iscrizioni alla scuola e
bisognava
decidersi. Cercò il momento più favorevole, ma il colpo
fu tremendo. Suo padre
sbiancò in volto e rimase lì come annichilito, stravolto
e piegato in due, come
colpito da un fulmine. In quel momento si affacciò sua madre e
comprese quello
che stava accadendo, scoppiò in lacrime e uscì coprendosi
il volto. Dalla bocca
di suo padre uscì una parola sola: “Mai!”.
Nei giorni successivi si
venne a un
compromesso. Leone accettava di attendere la maggiore età.
Mancavano ancora 5
anni e il padre poteva sperare che, nel frattempo, quell’idea strana
gli
passasse dalla testa. Leone dovette accettare di iscriversi al
Politecnico,
d’indirizzo totalmente diverso dalle sue inclinazioni. Oltretutto, per
entrarvi
doveva superare degli esami supplementari che prolungavano di un anno.
L’intenzione del padre era evidente.
Leone obbedì e
ottenne anche la
maturità scientifica con enorme fatica. Evidentemente non era il
suo campo.
Infatti, testardo com’era, contemporaneamente si era iscritto anche
alla
facoltà di Legge, senza però poter frequentare molto e
senza esami. Ottenne dal
padre di continuare in Legge, ma se non voleva andare fuori corso,
doveva
ricuperare. Lo fece alla sua maniera: in sei mesi riuscì a dare
tutti gli esami
di due anni. Poi a 19 anni era avvocato e a 21 dottore in Legge alla
Corte
d’Appello di Parigi. Suo padre era felice, orgoglioso di questo suo
giovanottone (m. 1,92), complimenti da ogni parte, viaggi premio.
Tutto bene. Ma c’era
quel famoso
nodo da sciogliere, perché Leone aveva raggiunto la maggiore
età. Il padre,
s’illudeva che quella pazza idea gli fosse passata di testa. Ma invece,
quell’idea era sempre là e Leone confermò al padre la sua
determinazione,
aggiungendo che, in caso di diniego, intendeva avvalersi della sua
libertà di
maggiorenne. Ancora una volta si ripeté la scena drammatica
della volta
precedente e, ancora una volta, l’unica parola: “Mai!”.
A questo punto, fu
provvidenziale
l’intervento dell’amico Palustre: Perché non tentare di
distrarlo con un altro
viaggio attraverso le terre dell’antichità classica? E seppe
presentare così
bene la sua idea che il padre, disposto ad aggrapparsi a qualunque
speranza,
finì per annuire.
Vale la pena fissare
almeno le
tappe principali di questo viaggio che sarà determinante. I due
amici partono
il 23 agosto, attraversano la Germania e la Svizzera, scendono in
Italia fino a
Bologna, poi risalgono a Venezia (allora sotto l’Austria), scendono in
Grecia,
passano in Turchia e finalmente arrivano in Palestina. Se si pensa ai
viaggi di
allora, non meraviglia che ci siano stati anche pericolosi incidenti di
percorso, come incontri con i briganti o con pericolosi sciacalli. Per
due
volte Leone si è trovato nei guai e la Madonna lo ha soccorso.
La prima volta a
causa di una dolorosa piaga in un piede. Era sul Monte Carmelo, invoca
la
Madonna e il giorno dopo la piaga non c’era più. La seconda era
più grave,
quando a Troade lo colse la febbre che lo ridusse agli estremi. Anche
questa
volta la Madonna è intervenuta e insperabilmente guarì.
Dal giorno della loro
partenza ne
avevano fatto di strada, ma solo il 25 marzo dell’anno successivo i due
pellegrini sono a Gerusalemme, dove visitano tutti i luoghi santi.
Possiamo
facilmente immaginare con quali sentimenti Leone abbia percorso la Via
Crucis e
abbia sostato lungamente al Santo Sepolcro. Del resto ci rimangono le
sue
fedeli annotazioni. A noi basti la certezza che tutto quel lunghissimo
viaggio
non riuscì a incrinare la sua vocazione, ma anzi ne
confermò la determinazione.
E lo vediamo subito, al suo ritorno.
I due amici non hanno
fretta e
ritornano passando da Cipro, Efeso, Costantinopoli, Vienna e poi
Salisburgo.
Qui le loro strade si dividono: il Palustre prosegue per la Francia,
mentre
Leone prende il treno per Roma dove giunge il 14 giugno 1865. Non
è stata una
decisione facile. Per lui Roma era l’approdo o, come lui stesso
afferma, “il
coronamento” del suo viaggio. Ma come l’avrebbero presa i suoi genitori?
A Roma si ferma 10
giorni. Si era
premunito di alcune lettere di raccomandazione (in particolare una di
mons.
Dupanloup, arcivescovo di Orléans) che gli permettono di
incontrare alcune
personalità e soprattutto di ottenere un’udienza personale del
papa Pio IX, il
quale benedice la sua vocazione e gli consiglia di fare la sua
preparazione al
Sacerdozio a Roma, presso il seminario francese di S. Chiara.
I suoi genitori lo
attendono con
impazienza e lo accolgono con un abbraccio che non finiva più;
poi arrivano i
parenti, i cugini e tutti vogliono ascoltare il racconto delle cose
meravigliose che aveva visto lungo gli otto mesi di viaggio in terre
lontane e
sconosciute. Ma nel sottofondo c’era sempre il nodo del suo futuro. La
persistente opposizione familiare costrinse Leone ad assumere una
posizione
decisa. Ecco come lui stesso ne parla: “Ho dovuto indurire il mio cuore
per
resistere a tutti gli assalti che ebbi a subire. Sono stato a volte
duro con i
miei genitori. Ho detto loro che ero maggiorenne e che volevo essere
libero. Fu
convenuto che mi avrebbero lasciato partire, ma scene e lacrime si
ripeterono
spesso”.
Gli studi andavano a
gonfie vele: i
primi premi erano suoi. Con alcuni amici forma un gruppetto che si
mette a
disposizione del parroco della Minerva per la catechesi e per opere di
carità.
Già al primo anno riceve la vestizione e, alle vacanze
successive, i suoi
familiari dovranno abituarsi a vederlo in veste talare. Dopo il terzo
anno era
diacono. Rientrando in famiglia non faceva altro che magnificare Roma
antica e
quella papale, così che anche i suoi genitori incominciarono a
desiderare di
visitarla. Effettivamente, a fine ottobre 1868, arrivò a Roma
accompagnato dai suoi
genitori. Per suo padre era la scoperta di un mondo nuovo che suo
figlio sapeva
illustrare da par suo. Ma la sorpresa avvenne qualche giorno dopo. Il
rettore
del seminario, P. Freyd, ebbe, infatti, un’idea fulminante:
-
Perché
non chiedere un’udienza dal Papa?
-
Dal
Papa? Disse il sig. Giulio.
-
Sì,
certo. E in tale occasione si potrebbe chiedere di poter anticipare
l’ordinazione sacerdotale per permettere ai genitori di essere presenti.
-
Ma
sarà possibile? E come fare?
-
Semplice.
Basta che il padre di Leone presenti una petizione scritta.
Chiaramente P. Freyd
aveva
predisposto le sue pedine. E avvenne l’incredibile. L’udienza fu
concessa per
il 16 novembre e papà Giulio, commosso e tremante,
presentò la petizione che fu
subito concessa. La sacra Ordinazione avvenne il 19 dicembre 1868,
nella
basilica del Laterano, madre di tutte le chiese. Gli ordinandi erano
200,
provenienti da ogni parte del mondo. Suo padre non distoglieva lo
sguardo da
suo figlio che emergeva su tutti. Non disse una parola e per tutto il
giorno
non toccò cibo. Si era confessato e, il giorno dopo, alla prima
Messa in Santa
Chiara, quando papà e mamma ricevettero la comunione dalle mani
del figlio,
nessuno nella cappella riusciva a trattenere le lacrime di commozione.
Dio è grande! Don
Leone era fuori
di sé dalla gioia: “Mi sono rialzato sacerdote, posseduto da
Gesù,
completamente riempito da lui, del suo amore per le anime, del suo
spirito di
preghiera e di sacrificio”. E che dire del ritorno alla fede di suo
padre? Una
frase dice tutto: “Fu il giorno più bello della mia vita”. E si
può credergli!
A questo punto accade un
fatto
preoccupante. Quell’anno era stato sfibrante: visita dei genitori,
l’ordinazione sacerdotale, lezioni di teologia al Collegio Romano e di
diritto
all’Apollinare e, inoltre, anche la preparazione come stenografo. In
conclusione, a giugno si mette a letto con forte febbre, tosse
insistente e
sospetta, prostrazione generale delle forze. Il quadro della malattia
polmonare
era chiaro. Ma la Madonna vegliava su di lui. Non si saprà mai
chi gli abbia
inviato un pacchetto anonimo con una boccetta di acqua di Lourdes e un
cingolo
di S. Giuseppe. Beve l’acqua e si sente guarito. Dopo pochi giorni,
può
mettersi in viaggio e rientrare in famiglia, dove lo attendono i
festeggiamenti
delle prime sante Messe.
Agli inizi di ottobre
deve
rientrare per riprendere gli allenamenti stenografici. L’8 dicembre
1868 inizia
il concilio con la partecipazione di 737 vescovi, sul numero globale di
circa
un migliaio. Sarà chiuso frettolosamente il 18 luglio, dopo la
tormentata
definizione sull’infallibilità pontificia, a causa dei rumori di
guerra
all’orizzonte.
Il gruppo degli
stenografi è
ricevuto da Pio IX e per ringraziarli aveva fatto allestire una specie
di
lotteria con premi predisposti. A don Leone toccheranno i quattro
volumi del
Breviario. Il 20 luglio è già di rientro in famiglia. Sul
concilio lascerà
delle note molto acute che sono di grande aiuto alla comprensione del
clima e
delle personalità emergenti.
La Capelle è
invasa da truppe e
feriti e il Dehon si prodiga per la loro assistenza spirituale. Nel
tempo che
gli rimane si dedica a letture di autori storici e filosofici che lo
aiutino a
comprendere il suo tempo, quasi a complemento degli studi ecclesiastici
che
aveva fatto. Questi studi gli saranno preziosi per il suo futuro
ministero.
Il 26 febbraio 1871
è firmato
l’armistizio che porterà alla pace. Ma l’Europa non è
più la stessa. Anche
Roma, in mano ai piemontesi e con il papa come prigioniero in Vaticano,
è
completamente cambiata. Il Dehon vi deve tornare per completare gli
studi.
Trova calma, ma gli invasori stanno diffondendo i principi laici e
rivoluzionari. Nelle sue lettere ai genitori, il giudizio sui nuovi
padroni è
estremamente negativo ed esprime la speranza che questa “canaglia”
venga presto
spazzata via. Trapela in questi giudizi la sua sofferenza,
perché l’attuale
capitale d’Italia non è più la sua Roma della
cristianità che conosceva.
Nonostante tutto, egli
si prepara
agli esami con la solita lena: il 2 giugno consegue il dottorato in
teologia e
il 23 luglio il dottorato in Diritto canonico. Con quattro lauree
(Diritto
civile e canonico, filosofia e teologia) si può dire che la sua
preparazione
intellettuale era eccezionale. Il suo futuro non poteva essere che nel
campo
degli studi e della scienza.
Per il giovane vicario
non ci volle
molto a rendersi conto della situazione sociale e religiosa che lo
circondava.
S. Quintino poteva dirsi una città industrializzata, ma gli
operai, abbandonati
a se stessi, soffrivano la pesante condizione operaia tipica della fine
secolo
XIX che tutti conosciamo. Il Dehon non si ferma ai palazzi, ma va a
vedere le
catapecchie, le bettole piene di operai che abbrutiscono con l’alcool,
i
ragazzi e i giovani sbandati per le strade; la chiesa è
semideserta e molti
evadono la frequenza scolastica.
Da dove incominciare?
Il Dehon comprende che
la pastorale
ordinaria non basta, perché non va oltre i soliti circuiti di
persone per bene.
Insieme all’azione religiosa occorre quella sociale. Bisogna togliere i
ragazzi
dalla strada, offrire sostegno agli operai e ai loro figli, fornire una
sana
informazione cristiana che controbatta il laicismo imperante. Egli non
si
limita alle constatazioni, ma passa immediatamente all’azione. In breve
tempo,
mette in piedi un patronato, che dedica a S. Giuseppe, per l’educazione
dei
giovani (1873), fa nascere un nuovo giornale cattolico: “Le
conservateur de
l’Aisne”, un titolo che rispecchia le idee del tempo. Sorgono, di
seguito, il
circolo per gli operai, il circolo per gli studenti e, cosa nuovissima,
le riunioni
degli industriali. Incomincia a partecipare a convegni a carattere
sociale.
Insomma, un’attività vorticosa che gli attirava l’applauso di
tutti. Il vescovo
è molto contento e lo nomina, a soli 33 anni, canonico onorario
della
cattedrale.
Da quanto andiamo
dicendo, appare
evidente che la sua idea del prete è ben lontana da quella
allora corrente. Non
può limitarsi alle cose spirituali, al culto o all’ambito della
sacristia. Come
Gesù, anche il prete non può rimanere estraneo ai
problemi reali della gente.
Abbiamo già visto
alcune sue
realizzazioni sociali, dietro alle quali però vi è tutta
una seria
preparazione. Lo si vede presente ai congressi sociali e alle assemblee
generali dei circoli operai e delle Opere sociali, viene a contatto con
altre
personalità operanti in questo campo, partecipa anche al
congresso organizzato
dal giornale cattolico La Croix, ai congressi della democrazia
cristiana. Sempre più spesso viene chiamato a prendere la
parola, diventa un
nome conosciuto sul piano diocesano e, come vedremo, anche a livello
nazionale.
Dunque, tutto bene?
Non proprio. Il giovane
canonico
non era contento di se stesso: le opere lo assorbivano talmente che non
gli
rimaneva abbastanza tempo per lo studio, poco per la preghiera e
pochissimo per
il necessario riposo. Quanto più si moltiplicavano le sue
attività tanto più
cresceva in lui una certa insoddisfazione profonda. Lentamente sorge
nel suo
cuore la nostalgia per la vita religiosa. Si tratta di un pesante
problema
esistenziale e religioso. Nel marzo 1876 si ferma per un ritiro
spirituale in
cui vuole cercare la volontà di Dio. Ne esce più convinto
per una scelta di
vita religiosa, ma molto incerto sulla via da prendere. Nella nebbia,
però, c’è
sempre un punto luminoso che lo attira: la devozione al S. Cuore di
Gesù che
aveva assorbito con il latte materno.
Tutto doveva essere
ancora molto
confuso, ma nel suo cuore era disposto a tutto. Quattordici anni dopo,
in una lettera
a un religioso, scrive: “È qui (nella Santa Casa) che nacque la
Congregazione
nel 1877” (3 aprile 1894). Fin d’allora, infatti, al centro della sua
meditazione saranno le disposizioni interiori di Gesù e di Maria
nel mistero
dell’Incarnazione (“Ecce venio” e “Ecce ancilla Domini”).
Ma quell’idea, nata
nella Santa
Casa di Loreto, non sarà forse tutta fantasia? Da uomo prudente,
si mette in
attesa degli eventi. Il viaggio prosegue per Roma dove andrà con
il vescovo
all’udienza del papa Pio IX. Il Papa dimostrò di ricordarsi bene
di quel
giovane avvocato che voleva farsi sacerdote e che poi aveva ricevuto
con i suoi
genitori e con il gruppo degli stenografi. Fu l’ultima udienza con Pio
IX e il
Dehon lo descrive come un santo.
Fondare un istituto non
è cosa
facile, tanto più che le opere messe in cantiere esigevano la
sua presenza.
Dopo molti ripensamenti, ottiene dal vescovo una proposta che gli
permetteva di
iniziare. Però doveva unificare due progetti: un collegio per
l’educazione
della gioventù, di cui c’era estremo bisogno e, in funzione di
questo, il nuovo
istituto dedicato al S. Cuore di Gesù. Il vescovo vedeva le due
cose unite e
gli scrive nei termini seguenti: “Il progetto della fondazione
dell’istituto
religioso gode tutte le mie simpatie. Per quanto mi riguarda, assicuro
la mia
collaborazione nella misura che mi sembrerà volontà di
Dio. È mio desiderio che
sia lei a realizzare quest’opera” (13 luglio 1877).
Era solo, ma dietro a
lui, fino ai
nostri giorni, seguiranno le sue orme quasi 10.000 dehoniani che
attualmente
nel mondo sono oltre 2.200.
Molto vicino a lui e
alla sua opera
erano le suore Ancelle del S. Cuore. Avvisate che al Padre, secondo i
medici,
non restavano che tre mesi di vita, subito iniziarono una gara di
preghiere e
di sacrifici che solo Dio conosce. Una giovane suora, Suor Maria di
Gesù, il 25
novembre 1878 offrì la sua vita al posto di quella di P. Dehon,
chiedendo al
Signore 15 mesi per prepararsi. Si ammalò dello stesso male e,
dopo 10 mesi, il
Signore la chiamò al cielo. Coincidenza? Suor Maria era sorella
minore della
fondatrice delle Ancelle del S. Cuore, Madre Ulrich. Pochi giorni dopo
la morte
della sorella, madre Ulrich consegnò al Padre un plico
dicendogli che lì dentro
vi era la penna con la quale sua sorella aveva firmato l’atto di
offerta della
sua vita in cambio della sua. Appena firmato, una forza invisibile le
strappò
di mano la cannuccia di ferro e la contorse tutta quanta.
Quella penna esiste
ancora e si può
vedere a Roma nel museo della Congregazione.
Merita di essere notato
il
cambiamento di aria attorno al Fondatore. Il collegio, a differenza
delle altre
opere da lui avviate, era dichiaratamente di impostazione cattolica. A
questo
punto, lui che fino a ieri era quasi idolatrato, per i laicisti e i
massoni
diventa un nemico da combattere. Ad aggravare la situazione un incendio
distrugge due piani del fabbricato (1881). C’era da scoraggiarsi. Ma
anche qui
non è mancato un segno provvidenziale: tutti poterono notare che
le fiamme si
erano fermate davanti alla statua del S. Cuore, rispettando
completamente
l’arcata che la proteggeva. Dunque, nel nome del S. Cuore, si poteva
ricominciare!
Ricominciare, riparando
i danni
dell’incendio, ma anche allargando gli orizzonti, perché
bisognava mettersi al
sicuro, visto che il governo massonico della Terza Repubblica stava
preparando
leggi ostili alla religione che, di fatto, culmineranno nell’espulsione
dei
religiosi e la confisca dei loro beni (dapprima i “famigerati decreti
di marzo
1880”, poi l’”anticlericalismo di Stato” perseguito dall’ex seminarista
Emile
Combes, 1902).
La strategia del momento
non poteva
essere altra che quella di aprire case fuori del territorio francese.
Perciò P.
Dehon fonda case in Belgio, in Lussemburgo, in Olanda e in Germania,
con il
vantaggio di acquistare dimensione internazionale e di darsi le
strutture
necessarie per tutto l’arco della formazione al Sacerdozio. Padri
dehoniani,
che nel frattempo erano cresciuti di numero, svolgevano il loro
apostolato
nelle parrocchie, nelle missioni al popolo e nell’educazione della
gioventù.
Molto importante fu anche il loro impegno sociale negli stabilimenti di
Leone
Harmel, a Val du Bois, vicino a Reims.
Il notissimo industriale
Harmel
aveva conosciuto P. Dehon nei congressi sociali e aveva fatto di tutto
per
avere i dehoniani come assistenti spirituali. Egli infatti aveva dato
un’impostazione tutta nuova e rivoluzionaria nella sua fabbrica,
mettendo a
disposizione degli operai e delle loro famiglie case, chiesa, luoghi di
accoglienza per i giovani e per gli operai. P. Dehon e i suoi preti,
assecondati dall’Harmel, fecero di Val du Bois una fabbrica modello, ma
anche
un centro di formazione sociologica dei seminaristi e, poi, anche di
preti e laici.
Gli inizi della
Congregazione non
sono stati sempre rose e fiori. Ci sono stati dei momenti molto
difficili e
dolorosi, dovuti non solo alle condizioni sociali e politiche del
tempo, ma
anche da errori, incomprensioni, persecuzioni. Ma il S. Cuore di
Gesù voleva
quest’Opera, perché sempre ne venne fuori più viva che
mai. E lo si deve alla
umiltà, alla fede e alla tenacia di P. Dehon. Ebbe anche
l’incoraggiamento di
don Bosco che incontrò a Parigi (maggio 1883). P. Dehon gli
chiese una risposta
in nome di Dio sulla sua Opera. Don Bosco lo fissò attentamente
e lo rassicurò
che quella era la volontà di Dio.
XIII.
Fuori dalle sacristie
Chi conosceva il Dehon
come un
prete intellettuale plurilaureato in diritto e in scienze teologiche,
non
poteva certo immaginare che poi, sul piano concreto, si rivelasse un
formidabile realizzatore sociale. Se si vuol capire il suo stile,
bisogna
risalire alla sua concezione della missione del prete. Proiettato in
campo
parrocchiale, comprese subito che la pastorale dell’ordinaria
amministrazione
(attendere le persone in chiesa o in sacrestia, distribuire i
sacramenti,
impartire la catechesi a chi viene, ecc.) non poteva che portare al
fallimento,
perché a circolo chiuso. Abbiamo già visto che la sua
prima preoccupazione fu quella
di comprendere la condizione umana e religiosa della sua gente e, poi,
quella
di agire di conseguenza, portando i rimedi possibili. Diede vita ai
patronati
per operai e per giovani, a circoli per le varie categorie di persone,
attivò
la Compagnia di S. Vincenzo, creò da zero un giornale,
mandò i suoi religiosi
nelle fabbriche di Leone Harmel a Val du Bois, partecipava ai congressi
sociali
e organizzava settimane di formazione sociale. A qualcuno di questi
incontri
partecipò anche don Ernesto Vercesi, eminente personalità
del movimento sociale
italiano, il quale parlò con entusiasmo di P. Dehon. Con tutte
queste attività
ben presto P. Dehon assurse a notorietà, non solo diocesana, ma
anche
nazionale.
Nel
1893 viene chiamato a far parte della
Commissione diocesana di studi sociali che si proponeva lo studio
dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, uscita nel 1891.
Presiedeva
la Commissione il marchese La Tour du Pin, il quale però
passò quasi subito la
presidenza a P. Dehon. Sotto la sua direzione e su sua proposta
affrontarono lo
studio dell’enciclica da vari punti di vista. In breve tempo si
arrivò alla
stesura del Manuale sociale cristiano (1894), un testo che ebbe
grande
accoglienza e fu tradotto in varie lingue (spagnolo, ungherese, perfino
in arabo).
La versione italiana fu curata e presentata dall’illustre sociologo e
futuro
beato Giuseppe Toniolo. Il Papa ne approvò verbalmente il
contenuto e fu
adottato come testo di studio da molti seminari lungo gli anni
1895-1910.
A questo primo volume a
carattere
sociale, negli anni successivi, ne seguiranno vari altri su temi
specifici.
Merita di essere nominato il Catechismo sociale (1898) che ebbe
uguale
successo del Manuale e l’edizione italiana fu ugualmente curata dal
prof.
Toniolo.
Per quanto riguarda P.
Dehon, si è
già detto delle pubblicazioni e si è accennato alla sua
partecipazione ai
grandi congressi, sempre a carattere sociale (come quelli di S.
Quintino, Reims,
Lilla, Digione, Lione), ai quali era sempre invitato come oratore di
prestigio.
È utile ricordare che a Digione (1890) si dava forma incipiente
a una
formazione politica dal nome “Democrazia cristiana” che avrà un
seguito
glorioso e che allora aveva come slogan: “Dare Cristo al lavoratore e
il
lavoratore a Cristo”.
Nel 1897 diede inizio a
Roma alle
conferenze sociali che ebbero una vasta risonanza e alle quali
parteciparono
cardinali, vescovi, sacerdoti, seminaristi dei vari collegi romani. Il
papa
Leone XIII le seguiva personalmente attraverso i resoconti de L’Osservatore
Romano, ma anche inviando degli osservatori che gli riferivano
dettagliatamente. Risale a quel tempo l’udienza che ebbe con il Papa
insieme a
Leone Harmel, al francescano P. Giulio e l’industriale Palomera che
seguiva
l’esempio di Harmel nelle sue fabbriche. L’udienza si prolungò
35 minuti
durante i quali il Papa volle interessarsi delle conferenze sociali che
il
Dehon teneva a Roma ogni 15 giorni: “molto bene”, gli disse. Poi
ascoltava con
interesse la presentazione delle attività della Congregazione
dando la sua
benedizione alle opere e a tutti i membri (allora i religiosi erano 200
e
altrettanti gli alunni nei seminari).
Alle conferenze romane
non mancava
mai l’amico mons. Giacomo Della Chiesa, il futuro cardinale di Bologna
e papa
Benedetto XV. Vi partecipava anche mons. Prunel, il futuro vice-rettore
dell’Università cattolica di Parigi, il quale lasciò
questa entusiasta
descrizione:
“L’oratore entra in sala
tra gli
applausi dell’assemblea. Alto, secco, nervoso, aveva qualcosa di
militare nel
suo portamento e nel suo incedere. Fronte scoperta, sguardo indagatore,
naso
aquilino e un non so che di sicuro che manifestava la sua piena
padronanza di
se stesso e una convinzione ardente. Poteva avere cinquant’anni, ma li
portava
bene. L’oratore conquista sempre più l’uditorio. Sembra che
anche i cardinali
prendano parte all’entusiasmo generale….”.
Quel “sembra” riferito
alle
reazioni dei cardinali fa intravedere che in Curia non tutti erano
entusiasti
di quel coinvolgimento della Chiesa nel sociale. In quanto al Papa,
è certo
che, alla fine delle conferenze, voleva gratificare l’oratore con una
prelatura, ma il Padre pregò di essere lasciato nella sua
identità di
religioso. Si ripiegò sulla nomina a consultore dell’Indice: un
modo evidente
per dimostrare l’approvazione del Papa, perché i consultori
avevano il compito
di esaminare l’ortodossia delle pubblicazioni. Questa nomina gli fu
consegnata
proprio dall’amico mons. Della Chiesa, il giorno del suo onomastico (11
aprile,
S. Leone Magno).
Come si può
immaginare, le
conferenze romane gli conferirono una notorietà e
un’autorità che gli
moltiplicarono le chiamate ad ogni livello: diocesano, regionale e
nazionale.
Impossibile anche solo accennare all’attività frenetica di
questi anni. Per
restare in Italia, possiamo accennare almeno alla conferenza che tenne
a Milano
l’11 maggio 1897, nel salone dell’episcopio sul tema: “L’evoluzione
sociale
cristiana in Europa”. Ne abbiamo notizia da “L’Osservatore Cattolico”,
giornale
locale, che termina il pezzo dicendo: “Il Padre Dehon, che ebbe momenti
felicissimi, al termine della sua bella conferenza riscosse applausi
vivissimi
dell’uditorio che lo aveva seguito con intensa attenzione e col
più grande
interesse”. Lo stesso giornale gli chiese un’intervista e lo presenta
così: “
Ieri abbiamo avuto in redazione la visita preziosa del padre Leone
Dehon,
superiore dei preti del Sacro Cuore, il noto sociologo francese, reduce
da Roma
dove ha tenuto, come i nostri lettori sanno, un corso di conferenze
sociali,
che furono ammiratissime e nelle quali egli svolse ampiamente il
programma
della Democrazia cristiana. Il P. Dehon è un uomo alto,
dall’aspetto nobile,
dal volto intelligente; parla con esattezza e misura singolari e si
rivela
dottissimo degli argomenti più interessanti della vita moderna”.
Si leggono volentieri
queste note
laudative, perché vengono dall’Italia dove iniziava a muoversi
quella sensibilità
sociale che un po’ ovunque, specialmente nel clero, destava contrasti e
anche
ostilità.
Ovviamente il valore di
ciascuna
opera è variabile. Abbiamo già espresso l’apprezzamento
che il ven. Giuseppe
Toniolo aveva delle opere sociali. Egli ha curato la traduzione e la
presentazione sia del Manuale sociale cristiano e sia del Catechismo
sociale, a proposito del quale il sociologo italiano scrisse:
“È vero che è
molto più difficile ammannire il pane della verità in
modo che tutti se ne
possano cibare che spiegare ai dotti delle teorie scientifiche. Questa
difficoltà non ha spaventato P. Dehon. La chiarezza dello
spirito francese
unita alla coerenza degli italiani, in mezzo ai quali è vissuto
a lungo,
contribuisce a imprimere a questa e ad altre opere un carattere
popolare,
spiccatamente originale”.
Grandissimo spazio
occupano gli
scritti ascetici, tutti incentrati sul culto e la devozione del Sacro
Cuore.
Non sono mancati gli scritti di tipo geografico e culturale, frutto dei
suoi
numerosi e, talvolta, lunghissimi viaggi. Per non parlare delle opere
che riguardano
direttamente la vita interna della Congregazione. Moltissimi sono anche
gli
articoli pubblicati su riviste e giornali. Rileggendoli oggi, si rimane
stupiti
della lucidità delle analisi e la modernità del
linguaggio che ce li fa sentire
tuttora attuali.
La prima missione della
sua
Congregazione fu in Ecuador dal 1888 al 1896. Solo otto anni,
perché il governo
massonico espulse i missionari. Tra i primi tre vi era P. Gabriele
Grison il
quale, espulso dall’Ecuador, riparte per il Congo dove sarà il
primo vescovo
della Prefettura di Stanley-Falls. I primi anni di questa missione,
tuttora
viva e fiorente, sono stati molto difficili. I missionari dehoniani
scrissero
pagine stupende, lasciando sul terreno insalubre non poche vite
giovanili (in
15 anni vi morirono ben 22 missionari, comprese alcune religiose).
Poi vennero altre
missioni: Brasile
del sud e poi del nord, Finlandia, Canada e Indonesia. P. Dehon si
attirò molte
critiche, anche dall’interno dell’Istituto, perché non si
comprendeva questo
suo lanciarsi verso missioni lontane, mentre i dehoniani erano ancora
pochi e
le difficoltà politiche ed economiche in casa erano enormi.
Il Padre era criticato
come
imprudente anche perché, con tanto attivismo, sembrava che non
curasse
abbastanza la formazione dei suoi religiosi. Queste critiche arrivarono
anche
al card. Gotti, prefetto dell’allora Propaganda Fide, il quale rispose:
“Io non
so se i Sacerdoti del S. Cuore sono dei veri religiosi, so però
che sono degli
ottimi missionari”. E volle presiedere lui stesso all’ordinazione
episcopale di
mons. Gabriele Grison (1908).
C’erano alcune proposte,
ma il
Padre si orientò per la provincia di Bergamo. Qui era vescovo
mons.
Radini-Tedeschi che aveva partecipato alle sue conferenze romane. Fu
accolto
molto cordialmente: mandò il suo segretario, don Angelo
Roncalli, ad
accoglierlo con la carrozza alla stazione e accompagnarlo dal vescovo.
Era il
14 aprile 1906, l’anno in cui il papa Pio X ha approvato “ad
experimentum”, per
10 anni, le Costituzioni della congregazione.
Fu ancora don Roncalli,
su incarico
del vescovo, ad accompagnare il Padre alla ricerca di una sede che
fosse
idonea, non solo ai fini, ma anche alla borsa scarseggiante di allora.
Dopo la
visita a varie località (Pontida, Nembro), si fermarono ad
Albino, presso
l’opera di don Gambarelli che, da famoso cantante era stato ordinato
prete e
aveva messo in piedi un piccolo santuario dedicato alla Madonna di
Guadalupe.
Mentre si spostavano da un luogo all’altro, il giovane Roncalli
approfittava
per informarsi circa le opere della Congregazione e
sull’attività sociale del
Padre. Egli infatti aveva letto il Manuale sociale e diceva che a
Bergamo vi
era una Scuola sociale fondata da Nicolò Rezzara, che aveva
partecipato alle
conferenze romane e, in seguito, fu di grande aiuto per la fondazione
in
Albino.
Nella casa del
Gambarelli,
personalità difficile, i quattro dehoniani inviati per iniziare
l’opera
durarono poco. Dopo un breve periodo trascorso in “casa Solari”,
proprietà dei
fratelli di mons. Solari che era nunzio apostolico a Madrid, furono
acquistati
il terreno e la casa, in luogo ameno sovrastante il paese, che è
la sede
attuale della Scuola Apostolca. All’inaugurazione della nuova casa, 2
maggio
1910, era presente P. Dehon, ma non volle mancare neppure il vescovo
mons.
Radini-Tedeschi, accompagnato dal suo fedele segretario, don Roncalli,
il quale
non nascondeva la sua soddisfazione notando che quella casa era anche
un po’
sua, perché effettivamente, si era prodigato molto per trovare
il posto e per
sciogliere varie complicazioni che erano sorte. Don Roncalli, con quel
suo
stile bonario che vedremo come sua caratteristica durante il suo
Pontificato,
aggiungeva che anche lui era un sacerdote del S. Cuore: apparteneva,
infatti,
all’associazione diocesana dei preti del S. Cuore.
Ogni volta che, da
vescovo e da
Papa, incontrava i Dehoniani, papa Giovanni XXIII non mancava mai di
ricordare
che aveva conosciuto il nostro santo Fondatore e come aveva aiutato la
fondazione della casa di Albino.
In quei giorni P. Dehon
ebbe modo
di manifestare il suo buon cuore verso Massimo Carrara, un giovane che
frequentava la casa di Albino e svolgeva piccole mansioni. Egli aveva
perso
tutto l’avambraccio sinistro per lo scoppio di una mina quando lavorava
sul
vicino Monte Misma. Un giorno il Padre lo fece chiamare e gli chiese se
volesse
accompagnarlo a Milano per acquistare una protesi del braccio. Il
Carrara lo
guardò sorpreso e confuso, perché non poteva permettersi
una spesa del genere.
Ma il Padre lo rassicurò subito dicendogli di non preoccuparsi
per la spesa,
perché avrebbe provveduto sua nipote. Si riferiva alla nipote
Marta che, in
seconde nozze, aveva sposato il conte Roberto de Bourboulon, e che
aveva per lo
zio una vera venerazione.
Si doveva trovare
un’altra sede
dove gli studenti di Albino, dopo i cinque anni di ginnasio (secondo
l’ordinamento scolastico di allora), potessero continuare la loro
formazione. Dove?
P. Dehon si ricordò del suo amico Della Chiesa che, nel
frattempo, era
diventato arcivescovo di Bologna. Facendo tappa qui in un suo viaggio a
Roma,
espose al vescovo il suo problema. La risposta fu immediata: “Padre,
Bologna è
tua, il mio seminario è tuo”. La cosa era fatta, anche se solo
provvisoriamente. Dopo qualche tempo, infatti, si aprì la casa
in via
Nosadella, presso la chiesa dedicata a S. Maria Regina dei cieli, ma
detta dei
poveri. La guida della comunità fu affidata al P. Ottavio
Gasparri, uno dei
primi di lingua italiana, un uomo di grandi capacità
organizzative, che
trasformò la chiesetta dei poveri in un centro di
spiritualità cittadino
incentrato sulla devozione al S. Cuore.
La cordialità e
l’amicizia di mons.
Della Chiesa rimasero indelebili nella memoria dei dehoniani. Le
cronache
raccontano che ogni festa del S. Cuore l’arcivescovo dedicava a loro
tutto il
giorno, dalla messa e predica del mattino, cui seguiva l’àgape
festosa e poi la
funzione liturgica del pomeriggio. Non volle mancare neppure alla festa
del
1914, freschissimo cardinale, che solo tre mesi dopo sarebbe stato
eletto Papa
(il 7 settembre) col nome di Benedetto XV.
Bologna resterà
il centro
principale della Congregazione in Italia e vi si svilupperanno opere
molto
significative, come lo Studentato, le Edizioni EDB, il Villaggio del
fanciullo,
la tipografia e gli spazi ricreativi, oltre alla parrocchia del
Suffragio.
Successivamente, ai dehoniani verranno affidate una quindicina di
parrocchie in
zone difficili dell’Appennino tosco-emiliano. Vennero poi molte altre
case,
sparse in altre regioni della Penisola.
Oggi il numero dei
dehoniani
italiani è di circa 360, ma quelli operanti in Italia sono solo
circa 200,
mentre gli altri, secondo lo stile dinamico del loro Fondatore, sono
sparsi per
il mondo. In questo ultimo mezzo secolo hanno fondato la Congregazione
in altre
nazioni (Portogallo, Argentina, Mozambico) e, anche in collaborazione
con altre
Province, stanno operando in varie missioni (Congo, Camerun, Indonesia,
India,
Madagascar).
Tutto ha concorso a
centrare tutta
la sua vita sul Cuore di Cristo, a incominciare dall’educazione
religiosa
appresa dalla madre. Cappellano a S. Quintino, entra in contatto con la
fondatrice delle Ancelle del Cuore di Gesù, madre Maria Ulrich,
che avrà un
influsso decisivo nell’indurlo alla fondazione degli Oblati del S.
Cuore.
Mentre, poi, stava cercando di capire la volontà di Dio a suo
riguardo, tra le
varie vie che ebbe ad esplorare si rivolse anche alla fondatrice delle
Suore
Vittime del Cuore di Gesù (di Villeneuve-les-Avignon), madre
Veronica (Carolina
Lioger), attorno alla quale vi era anche un gruppetto di preti che ne
seguivano
la spiritualità. Tra di essi vi era P. Andrea Prévot, che
seguirà p. Dehon,
sarà una colonna portante del suo istituto e morirà in
concetto di santità.
Abbiamo citato due
fondatrici di
congregazioni votate al S. Cuore, ma bisogna tener presente che tra il
secolo
XVII e la fine del XIX sono sorte ben 190 congregazioni sotto lo stesso
titolo.
Questo clima era dunque fortissimo nella Chiesa di allora e questo
spiega che
il Dehon, prima di decidersi a seguire la sua strada, ha voluto
esplorare bene
il terreno per non fare un doppione.
Siamo negli anni ’70,
quando il
Dehon è sempre attratto dall’idea della vita religiosa e dalla
riparazione
verso il S. Cuore, secondo la spiritualità di S. Margherita M.
Alacoque. Il suo
ideale è S. Giovanni evangelista, il discepolo che, nell’ora del
tradimento,
posa il suo capo sul petto del Signore e sta ai piedi della croce,
accanto a
Maria, per accogliere il testamento di Gesù e il segno del Cuore
trafitto.
Possiamo trovare una
sintesi del
pensiero di P. Dehon nelle seguenti parole: “Sacerdote del Sacro Cuore,
sacerdote vittima, vero sacerdote, è un tutt’uno. È
questo che bisogna essere.
Questa grazia è necessario che io ottenga per tutto il mio
mondo” (in data 16
febbraio 1886).
Leone XIII, oltre che il
papa delle
encicliche sociali, è anche il papa della devozione al Sacro
Cuore. Anche in
questo, sia pure su piani diversi, i “due Leoni” avevano le stesse
idee.
Infatti, nel 1899 in preparazione dell’anno santo di fine secolo, anche
sollecitato dalle lettere della Beata Sr. Maria del Divin Cuore
(appartenente
alla nobile famiglia tedesca Droste zu Vischering), pubblicò
l’enciclica Annum
sacrum che intendeva predisporre gli animi all’Anno Santo di fine
secolo,
mediante la consacrazione al Sacro Cuore di Gesù. Era quanto di
meglio P. Dehon
potesse desiderare. Nella notte di passaggio dal XIX al XX secolo, egli
è a
Roma e nella piccola casa della Postulazione celebra la santa Messa,
alla quale
fa seguire la recita delle litanie del S. Cuore che erano state appena
approvate, e la preghiera di consacrazione proposta dal Papa stesso. A
coronamento di tutto questo, il 6 gennaio 1900, festa dell’Epifania, il
novantenne Leone XIII scende in S. Pietro e recita la preghiera di
consacrazione del mondo al S. Cuore di Gesù.
P. Dehon, accanto ai
suoi impegni
in campo sociale, dedicherà gran parte delle sue energie nella
composizione di
numerose pubblicazioni dedicate al S. Cuore (sono non meno di una
dozzina). Si
può dire che il programma di tutta la sua vita stava nel
frontespizio della
rivista che fondò nel 1889: “Il Regno del Cuore di Gesù
nelle anime e nelle
società”. Ma è tutta la sua vita e la sua
spiritualità che sono incentrate nel
culto di amore e di riparazione al Cuore di Gesù. Questa
è la chiave
interpretativa anche di tutte le sue opere che trovano il loro culmine
nell’attuazione dell’ultimo sogno: edificare un tempio al Sacro Cuore
in Roma,
al quale dedicherà gli ultimi anni della sua vita.
Rientrato dal lungo
viaggio, P.
Dehon si dedica alla fondazione dell’Istituto in Italia, come abbiamo
visto. Ma
ci sarà spazio, ancora nel 1907, per visitare la Finlandia,
includendo Prussia
e Danimarca e rientrando passando per la Russia e la Cecoslovacchia. Il
risultato sarà la fondazione dell’Opera a Helsinki.
P. Dehon è ormai
quasi settantenne,
ma i viaggi non sono finiti. Anzi, si accinge a intraprendere
addirittura il
giro del mondo. Per la verità, l’idea non era nata da lui e
neppure, in
partenza, si pensava a un viaggio così lungo. Le cose andarono
così. Nel 1910
si celebrava a Montréal (Canada) il Congresso eucaristico
internazionale e
alcuni vescovi amici lo invitavano a parteciparvi. In particolare c’era
mons.
Thiberghien, un vecchio amico di Roma che ora era membro del consiglio
dei
congressi eucaristici, il quale lo invitava a fare il viaggio insieme.
È chiaro
che P. Dehon aveva di mira la possibile espansione della Congregazione
anche in
America del nord. In breve, ne venne fuori un itinerario su misura
mondiale.
Partenza il 10 agosto e
le tappe
principali seguirono quest’ordine: New York, poi Montréal, da
qui all’immensa
regione dell’Alberta, scendono poi a S. Francisco, salpano per il
Giappone,
posteggiano in Corea, breve sosta a Pechino, scendono a Manila
(Filippine),
toccano Giava e Singapore, passano a Ceylon (Colombo), nel gennaio sono
in
India, si avvicinano alla Palestina passando per lo stretto di Suez
(che aveva
visto scavare nel 1865), breve sosta a Gerusalemme e, finalmente, il 2
marzo
1911 sbarco a Marsiglia. Un breve respiro, per riprendere il treno per
Roma per
ragguagliare il Papa Pio X circa le varie nazioni e missioni che aveva
incontrato. Consegnerà un apprezzato resoconto anche alla
congregazione di
Propaganda Fide da cui riceve un vivo ringraziamento.
Un uomo instancabile,
nonostante la
perenne fragilità fisica che si trascinava dietro. Ma il peggio
sta alle porte.
Intanto, il 26 novembre 1913 gli viene a mancare in P. Andrea
Prévot, il grande
educatore della giovane Congregazione, per 20 anni maestro dei novizi,
modello
esemplare di vera santità e del quale è introdotta la
causa di beatificazione.
Poco più di dieci anni prima, P. Andrea si era ammalato molto
gravemente e
stava sul punto di morire. Perderlo in quel momento, sarebbe stato un
disastro
per l’Opera. P. Dehon accorre al suo capezzale e chiede al padre di
domandare
al Signore un prolungamento di vita. Tutti e due si mettono in
preghiera e,
dopo poco, P. Andrea si riprende e dice che la Madonna gli ha ottenuto
il
prolungamento di 10 anni. Era il 1899 e, quindi, l’aggiunta fu anche
più
abbondante. Quando i santi si mettono….Grazie a Dio!
Pochi mesi dopo è
la grande guerra
(1914-1918). Nell’agosto 1914 muore Pio X e l’8 settembre gli succede
il card.
Giacomo Della Chiesa, con il nome di Benedetto XV. Il 20 marzo 1917
muore madre
Maria del S. Cuore, fondatrice delle Ancelle del S. Cuore che, come si
è
accennato, aveva avuto una parte importante agli inizi della nostra
Congregazione.
La guerra infuria con il
seguito
delle sue tragedie. S. Quintino e tutta la zona nord della Francia
viene subito
invasa dalle truppe tedesche. Le case dell’Istituto saranno distrutte
quasi
completamente. P. Dehon assiste i soldati, i prigionieri, i feriti. Ma
la sua
salute si incrina nuovamente e riprendono gli spurghi di sangue. Viene
costretto all’esilio e, su un vagone per il bestiame, passa in Belgio.
È ridotto
a uno straccio. A Enghien, scendendo dal treno, cade a terra e si
ferisce alla
testa. Lo accolgono con grande delicatezza i padri Gesuiti e rimane tra
loro,
finché non riceve il lasciapassare per Bruxelles, finalmente di
nuovo tra i
suoi.
Su segnalazione di P.
Gasparri, il
papa Benedetto XV ottiene a P. Dehon il permesso di venire a Roma.
Lascia
Bruxelles il 12 dicembre 1917, arriva a Ginevra dove c’è
l’incontro commovente
e sorprendente con i suoi nipoti che erano riusciti a sapere che
transitava di lì.
A Roma giunge il 30 dicembre e il 3 gennaio 1918 è ricevuto dal
Santo Padre con
la cordialità che si può immaginare.
Il papa era l’amico di
sempre e
volle essere informato di tutto. Il Padre gli presenta
confidenzialmente due
proposte: la prima, permettere ai sacerdoti di celebrare tre Messe il
giorno
dei morti, tenendo conto di tanti soldati che muoiono senza che
qualcuno preghi
per loro. Effettivamente il Papa disporrà che, dal novembre
successivo, i
sacerdoti possano celebrare tre messe, dedicandone una per i soldati
morti e
una per tutte le anime del Purgatorio. La seconda proposta riguardava
la festa
del Cuore immacolato di Maria che nel breviario era stata dimenticata.
Anche
questo inconveniente verrà rimediato.
Nell’udienza
di congedo dal Santo Padre del 25 aprile, P. Dehon gli confida un suo
antico
desiderio: che in S. Pietro ci fosse un altare dedicato al S. Cuore.
L’idea al
Papa piace moltissimo, ma rimane perplesso, perché ormai tutti
gli altari hanno
la loro dedicazione. Ma P. Dehon aveva previsto anche il posto
possibile e
indica un altare dove c’era una tela non molto importante. Il Santo
Padre, che
amava definirsi “il Papa del S. Cuore”, dispose ogni cosa e, non molto
tempo
dopo, apparve quel bellissimo mosaico che ritrae l’apparizione del S.
Cuore di
Gesù a S. Margherita M. Alacoque. Quel mosaico ci ricorda,
certo, un’amicizia
straordinaria, ma soprattutto che il Cuore di Cristo sta nel cuore
della
Chiesa.
Proseguendo per Roma,
è
accompagnato da P. Gasparri e da altri tre confratelli. Alloggiano a S.
Chiara
e il 22 dicembre il Padre canta la Messa, sommerso nei ricordi
dell’ormai
lontano 1868. È in questa circostanza che, nell’immancabile
udienza con
Benedetto XV, il Padre espone il desiderio di costruire una chiesa in
Roma e
sarà il Papa stesso a indicargli la località più
adatta.
Nell’aprile 1919, dopo
un’assenza
di 16 mesi, rimette piede a Bruxelles e la sua prima preoccupazione
è quella di
ristabilire il clima di fiducia e di speranza, poi verrà la
ricostruzione delle
case distrutte, davanti alle quali non riuscirà a trattenere le
lacrime:
“Ricostruiremo per la terza volta!”.
Si deve anche preparare
il Capitolo
generale, il primo dopo lo sconquasso della guerra. Ai capitolari offre
due
volumi sulla vita interiore e altri due sull’Anno del S. Cuore, frutto
della
forzata immobilità durante la guerra. Nell’ottobre dello stesso
anno gli sarà
data la gioia di partecipare alla consacrazione della basilica del S.
Cuore di
Montmartre, presenti un centinaio di vescovi.
Il Papa è molto
deciso e, ricevendo
il Dehon il 21 aprile, caldeggia la costruzione della chiesa e per
primo apre
le sottoscrizioni con l’offerta di 200.000 lire. L’impresa è
gigantesca e irta
di difficoltà, se si pensa ai problemi economici del dopoguerra.
Il padre si
mette subito al lavoro e prepara il lancio di una sottoscrizione in
sette
lingue che invia agli episcopati italiano, francese, inglese, tedesco,
spagnolo, portoghese e di lingua latina. Il 18 maggio 1920 il card.
Pompili
benedice la prima pietra, alla presenza di amici cardinali e vescovi.
Il Padre
pronuncia un breve discorso in cui ricorda che lì vicino vi
è il Ponte Milvio
dove la croce apparve a Costantino come segno di vittoria sul
paganesimo. Anche
questo tempio segnerà visibilmente il Regno del S. Cuore, come
aveva auspicato
il papa Leone XIII, consacrando al Cuore di Cristo l’inizio del secolo
XX.
Concludeva augurando che il nuovo tempio sia sorgente di abbondanti
grazie per
la Chiesa e per le nazioni.
Da quel momento in poi,
si può dire
che quasi tutto il suo tempo sarà dedicato alla ricerca di
finanziamenti: una fatica
improba con risultati non molto entusiasmanti.
Ma, insieme alle
fatiche, non
mancano anche le gioie. Infatti proprio nello stesso anno 1920 ci sono
stati
due eventi che hanno sollevato il suo spirito: la canonizzazione di S.
Margherita Maria Alacoque e, nella stessa circostanza, l’inaugurazione
dell’altare del S. Cuore in S. Pietro.
Infatti, 10 anni dopo,
con il
sacrificio di molti, il grande Tempio dedicato al Sacro Cuore di Cristo
Re sarà
inaugurato, nel 1934. Grande impegno vi profuse anche P. Ottavio
Gasparri.
Riuscì a coinvolgere perfino il famoso tenore Beniamino Gigli
che diede dei
concerti a beneficio del Tempio. Purtroppo, P. Gasparri morì
prematuramente e
giustamente ora riposa nell’attuale basilica.
La Congregazione allarga
i suoi
confini con nuove fondazioni in Spagna, Stati Uniti, Sud-Africa,
Sumatra e
Finlandia. In mezzo a tutte queste occupazioni, P. Dehon trova il
tempo(1920) per
scrivere la vita del primo dei suoi discepoli, P. Alfonso Rasset, che
riteneva
esemplare per chi lavora in campo pastorale, mentre negli anni
successivi
(1922-23) pubblica due volumi di “Studi del S. Cuore” che vede come un
contributo a una somma dottrinale sul S. Cuore. Non si ferma mai: come
non
stupirsi che, a 80 anni suonati, il Padre si metta perfino a tradurre
dall’italiano in francese una guida di Roma, perché sia pronta
per i pellegrini
del prossimo anno santo 1925?
Lo chiamavano “le
très bon père”,
ma rivela un carattere indomabile, fino all’ultimo.
L’8 dicembre scrive il
suo
testamento civile con il quale destina quel poco che gli rimaneva del
suo cospicuo
patrimonio, per le Missioni e per il Tempio di Roma. Ai suoi nipoti che
vengono
a trovarlo a Bruxelles, dice che alla sua morte, non troveranno
ricchezze per
loro. Ma sua nipote Marta, molto dignitosamente, tranquillizzò
lo zio, dicendo
che le opere da lui compiute, valevano più di qualunque
eredità, perché onorano
la famiglia e attirano la benedizione del cielo.
Nelle sue Note
quotidiane, al primo
gennaio 1925 leggiamo: “Questo è l’ultimo quaderno. Forse
l’ultimo anno della
mia vita. Fiat!”.
Presente vicina la fine.
E noi
vogliamo seguirne da vicino il declino, perché possiamo cogliere
come un
concentrato della bellezza e della grandezza di una vita votata al
Cuore di
Cristo.
Agli acciacchi
dell’età, si
aggiunge una brutta caduta che gli procura la lussazione di una spalla.
Le
notti passano percorrendo le stazioni della Via Crucis, unendosi
spiritualmente
alla celebrazione delle Messe che in quelle ore notturne si celebrano
nel
mondo. Passa in rassegna tutti i suoi santi. Alle 5 è in piedi e
alle 6 celebra
la santa Messa.
In estate si diffonde
una
pericolosa epidemia di gastro-interite e ne sono vittime anche alcuni
Padri
della Comunità. Il Padre, come può, li sostituisce, li
assiste, ma viene
colpito anche lui. Il 4 agosto, con estrema fatica, celebra la Messa in
memoria
di S. Domenico. È l’ultima. Dev’essere accompagnato in camera e
messo a letto.
Il 10 agosto è l’onomastico del P. Assistente, P. Lorenzo
Philippe, e provvede
che non manchino i fiori e che siano presenti tutti i superiori delle
case vicine.
Offre le sue sofferenze
“per
l’Opera e per espiare i miei peccati”. Accorrono i suoi parenti: la
nipote
Marta con i tre figli. La nipote lo assiste con devozione: per lei lo
zio è già
santo.
L’11 agosto i medici
costatano che
la gastroenterite è guarita, ma che il cuore sta cedendo. Il
Padre Assistente
generale lo avverte e propone l’amministrazione dei sacramenti. Il
Padre
risponde: “Sì, sì, con tutto il cuore!”. E si mette a
battere le mani dalla
gioia. Alla presenza di tutta la comunità, gli viene portato il
Viatico al
mattino e gli viene amministrata l’Unzione degli intermi alla sera.
Sono
momenti di grandissima commozione, specialmente quando il Padre chiede
perdono
a tutti per tutte le sue colpe e P. Philippe, a nome di tutti, chiede
perdono a
lui per tutte le incomprensioni e le mancanze di amore filiale e chiede
per
tutti la sua benedizione. Nessuno riesce a trattenere la commozione e
molte
lacrime rigano i volti.
Entrano in stanza i suoi
nipoti,
impazienti di stare accanto al loro “santo zio”. Il Padre li guarda con
grande
gioia e pone la mano sul capo dei giovani figli.
Il giorno sembra non
finire mai. Il
Padre vuole vedere uno per uno i Padri della comunità: per
ciascuno l’ultima
parola e la sua benedizione. Non dimentica una persona, ma non si
capisce il
nome. Allora, con grandissimo sforzo, lo scrive su un foglio. È
l’ultima parola
che scrive. Raccomandava di inviare gli auguri di Buon Onomastico a
Clara
Baume, un’anima eletta, molto vicina al nostro spirito. Ricorda, poi,
le
comunità e le persone che lo hanno aiutato nella vita e nelle
opere. Desidera
rinnovare i voti religiosi e chiede che gli venga dato il crocifisso
della sua
Prima Professione: pronuncia lentamente la formula, ma ripete tre volte
il
“voto di immolazione”.
Scende la notte e lo
veglia, come
al solito, il fr. Justen, che era stato in missione e che era afflitto
da una
fortissima emicrania che gli impediva di prendere sonno. Il Padre lo
vuol
premiare con un bellissimo rosario, montato in argento. Il 12 mattina
arriva da
Roma P. Ottavio Gasparri e porta la benedizione del Santo Padre. Entra
in
agonia. Tutti pregano stretti attorno a lui, anche i suoi parenti. Per
un
istante si riprende, indica il quadro che rappresenta l’evangelista
Giovanni
che posa il suo capo sul petto del Signore e mormora: “Per lui sono
vissuto,
per lui muoio”. E spira dolcemente.
Era il mercoledì
12 agosto 1925,
ore 12,10.
I solenni funerali sono
celebrati a
S. Quintino il 19 agosto 1925 e riposa nella chiesa di S. Martino che
lui
stesso aveva fatto costruire. Nell’orazione funebre l’arcivescovo mons.
Binet
disse: “La gioventù veniva a lui con entusiasmo…Bisogna essere
grande,
soprattutto di cuore, per essere tanto amato”. Tutti, infatti, lo
chiamavano
“il buonissimo Padre” (le très bon père).
Chi legge queste brevi
pagine può
avere una qualche idea dell’enorme attività che P. Dehon ha
svolto nella sua
vita. Ma, se si fermasse qui, avrebbe solo il guscio esterno e gli
mancherebbe
la sostanza. Egli è stato un uomo di Dio e ha speso tutta la sua
esistenza per
Dio.
L’idea centrale della
sua
spiritualità è stata l’amore e la riparazione per il
Cuore di Cristo. L’ha
bevuta dalla sua santa madre, si è alimentata alla scuola di S.
Margherita
Maria, delle Ancelle e delle Vittime del S. Cuore, per approdare
finalmente,
insieme a Maria e a S. Giovanni, alla contemplazione del Cuore trafitto
sulla
croce.
La documentazione
raccolta per la
sua beatificazione dimostra che ha vissuto in modo eroico le
virtù teologali
della fede, della speranza e della carità. Non sono stati pochi,
nella sua
vita, i momenti nei quali solo la fede lo ha mantenuto saldo alla sua
vocazione
di fondatore, nei quali è stato spogliato di tutto e solo la
speranza lo ha
fatto vivere; momenti nei quali solo l’amore ha potuto alimentare il
perdono
anche a chi lo aveva odiato e osteggiato in tutti i modi.
L’amore e la riparazione
per il
Cuore di Cristo per lui era un tutt’uno e non poteva ridursi a pie
preghiere e
sante aspirazioni, ma doveva passare per l’edificazione del Regno del
Cuore di
Cristo nei cuori e nelle società. Da qui la sua passione insonne
per la Chiesa,
per la formazione del clero, per la giustizia sociale.
Era ben cosciente che la
via della
riparazione doveva passare per la croce, ma non ha mai seguito una via
dolorista. Le croci non gli sono state risparmiate, anche durissime, ma
sull’esempio di Gesù che si è lasciato mettere in croce,
ha sempre nutrito la
virtù dell’abbandono nelle mani del Padre.
Nel suo “testamento
spirituale” per
i suoi figli spirituali ha scritto: “Miei carissimi figli, vi lascio il
più
meraviglioso dei tesori: il Cuore di Gesù. Egli appartiene a
tutti, ma ha delle
tenerezze particolari per i sacerdoti che gli sono consacrati e sono
completamente dediti al suo culto, al suo amore, alla riparazione che
il sacro
Cuore ha domandato, purché siano fedeli a questa bella
vocazione”.
Come lui, anch’essi
devono poter
dire: “Per lui vivo, per lui muoio”.
Ma P. Dehon non è
morto. Egli è
vivo, non solo perché è viva la sua Congregazione
attraverso l’opera dei suoi
figli ed eredi spirituali, ma anche perché ci arrivano
dappertutto notizie di
grazie ottenute mediante la sua intercessione. Già 25 anni fa
è stata
pubblicata un’ampia raccolta di testimonianze di “grazie e favori”
ottenuti per
la sua intercessione. Un torrente di benedizioni che non è
certamente cessato,
come stanno testimoniando le nostre riviste che raggiungono i nostri
benefattori e devoti del S. Cuore.